Stupro

Questo testo ha un contenuto che potrebbe turbare chi lo legge per la sua stessa natura.

Ponderate cosa desiderate fare. Qualora continuaste la lettura sarebbe gradito un commento.

Si tratta di una storia reale, di cui sono stati omessi i particolari e di cui è stata accordata la forma pubblica con la vittima.

ooo—ooo

Ci sono storie che hanno tempi per essere raccontate e che si narrano a fatica, ci sono storie fredde che non si risolvono vivendo ma che necessitano di essere riprese in mano e riguardate più volte per divenire passato e non sostare nel presente.

Mettiamo che una storia, di una donna, contenga uno stupro. Mettiamo che questa storia debba essere narrata per uscire definitivamente da lei. Proviamo a descrivere questa storia, omettendo chiaramente tutto ciò che ricondurrebbe a lei ma rimanendo nella potenza narrativa e nell’opera di bonifica che il racconto esegue, da solo, in un autorigenerarsi di particolari e resilienza.

Ti racconto. 

Ti ascolto.

Avere vent’anni e sognare un amore. Un principe azzurro con il quale fare l’amore per la prima volta. Baci appassionati e carezze a risvegliare la passione frenata fino ad allora; nell’attesa di colui che l’amore facesse entrare nel suo corpo vergine.

Avere vent’anni ed andare in discoteca, una di quelle grandi dove si fuma. Dove il grigio della nicotina è denso e spesso, dove si balla sconclusionatamente cercando qualcuno con lo sguardo distratto da un bicchiere pieno di ghiaccio e di liquido colorato rosso che sa vagamente di arancia e bitter.

E c’è un’amica che quella sera ha trovato un tipo che le piace. E si è imboscata chissà dove. La ragazza con il bicchiere pieno di ghiaccio è innervosita e stanca e gli occhi le bruciano. Cerca una sigaretta, con un filtro bianco, la accende per far valere i suoi sfacciati vent’anni fatti di un corpo da gonna corta e di lunghi capelli neri.

Prendi fiato e valla a cercare quella ragazza con i suoi 20 anni e la sua sigaretta. Passa dalla terza alla prima persona se riesci.

Sapeva di pieno quel fumo in bocca, un gusto rotondo e buono. Ma gli occhi no, davano fastidio, bruciavano forte. Meglio uscire un po’ e cercare nell’ampio parcheggio se l’amica fosse lì, in qualche auto, con lui.

La sigaretta è quasi finita ma dove diavolo sarà lei? Non ha senso stare in quel parcheggio grande al freddo cercando di intravederla tra le auto  ferme, alcune con i vetri dei finestrini appannati, qualcuno là dentro si bacia, lo so. Uffa! Anche io vorrei un fidanzato bello e serio, che mi ami! Ah si! Ma quando lo incontrerò dovrà rispondere a criteri precisi… Non mi accontento del primo che passa. Io no, non mi imbosco con uno appena conosciuto!

Una macchina nera, piccola, un po’ rotta. Uomini dentro che ridono. Gira nel piazzale e ogni tanto fa stridere le gomme.

Tornerò dentro, credo.

Fa freddo.

La macchina nera è vicina; mi chiedono indicazioni per una via. Non la conosco. Non l’ho sentita.

Il tipo apre la portiera dell’auto e mi prende un braccio. Sento male. Ma non ho capito… Sono dentro quell’auto che sa di birra, di fumo, che gira e sgomma. Nel piazzale ci sono le auto con i finestrini appannati e i ragazzi che si baciano.

Respira, piano. 

Si, respiro. Ora respiro. Ora il respiro.

Una vecchia villa disabitata, quattro tavole di legno. Risate. Paura.

Mi chiedono di spogliarmi ma non posso ubbidire.

Mi vergogno.

Sento male alla testa, un colpo, forte.

Mi spoglio.

Mi vergogno.

Ora finisce finisce finisce. Ora smettono questo scherzo stupido.

Odore di birra e di fumo.

La borsa si vuota in terra. Tutto in terra. Anche le sigarette con il filtro bianco. Anche lo specchio, il rossetto, le calze di ricambio che quelle smagliate stanno male.

Tra le tavole che chiudono la finestra una grande luna. Ammicca. Anche i ragazzi delle macchine nel piazzale vedono la stessa luna.

Ora però non posso continuare in prima persona, io non ero lì.

Ok. Va bene; dillo come vuoi. 

Lei non sentiva più il dolore, l’affanno di corpi pesanti sul suo esile e vergine. Lei sentiva lo schifo, l’annientamento, la vergogna.

Lei stava con le sigarette spente sulle sue braccia, sulla sua pancia.

Stava con l’odore d’urina usata per sporcarla di più.

La luna era tonda tonda. Anche nel piazzale sarà stata così. Anche dai vetri appannati.

Oh! Hai visto? non ho pianto. Racconto. 

Il gioco procede. Il gioco?

Le parole, la prepotenza, il dolore, la violenza.

E finirà

Finirà

Finirà

Zitta shhh zitta shhh

Non parlare, non parlare, non parlarne mai più

Sanno chi sei, sanno dove sei, lo rifaranno se parli

Sola.

Seduta sulle tavole di legno.

Rimetti le cose nella borsa. Anche le sigarette con il filtro bianco. Anche lo specchio, il rossetto, le calze di ricambio che quelle smagliate stanno male.

Ti alzi e cammini.

E cammini. Un passo e un altro e un altro e cammini.

Sai ancora camminare. Salviette fresh&clean. Odore di salviette.

Odore. Puzza.

Shhh … Na na na na na Shhh…

Arrivi a casa se lo vuoi

Arrivi a casa.

Shhh

Nessuno lo sa, nessuno lo saprà.

Sei caduta, dì che sei caduta. La nonna non può capire. Povera nonna.

La vasca da bagno calda, più calda. Che faccia male alla pelle. Che sia calda da non sentire la pelle. Che sia calda calda calda. Shhhh… NaNaNaNa

Respiro, vedi? Respiro.

Niente di questa stanza è mio. Niente è più mio. Ancora mio.

Nessun pelouche, nessun cuscino.

Erano di quella di prima.

Quella di adesso non ne ha più.

Sento la pelle che fa male.

Ma so ancora camminare io.

Cammino un passo dopo l’altro.

Io cammino.

Autore: Cristina Fiore

Fonte: http://www.beneinsieme.it/stupro/

 

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