Encomio di Salomè. O i sette veli della parola

STEFANIA NONVEL PIERI
… E venuto il compleanno di Erode, la figlia di Erodiade danzò in pubblico e piacque tanto
a Erode che egli le promise con giuramento di darle tutto quello che avesse domandato …

(Matteo, 14, 6-7)
I re non devono mai dare la loro parola. Se essi non la mantengono, è terribile.
Se essi la mantengono, è ancora, terribile…
 ”
(Wilde, Salomè)

La “terribilità della parola” -elemento di seduzione e di maledizione-, la deinotes onomaton di Gorgia, è il filo di trama costitutivo nel tessuto di quella Salomè anglo-francese, wildiana, che sinuosamente drappeggiato in dissonanze e asperità morbide trova la propria destinazione nella “Nuova Musica Tedesca” di Richard Strauss.
L’irretimento della parola gioca in Salomè – come tante altre volte nella letteratura già antica – il doppio ruolo di oggetto tematico e di agente. È motivo del dramma: la voce, la parola di Jokanaan. (“… Che voce strana! Vorrei proprio parlargli… Parla ancora, Jokanaan. La tua voce m’inebria …”) seducono la seduttrice prima ancora del corpo, dei capelli, della bocca (“Io bacerò la tua bocca, Jokanaan”) del profeta. Le parole di Jokanaan sono la miccia per cui deflagra la dilacerazione fra Erodiade ed Erode (“Fallo tacere. Non voglio udire la sua voce […] è ammissibile che un uomo possa dire ciò che dovrà accadere? […] L’odio, la sua voce” “Che cosa vorrà dire?”) e segnano la distanza irrecuperabile tra di loro.
Ma, di più, la deinotes onomaton è corpo del dramma stesso come inesauribile ribollire di materia verbale, di estasi metaforica (potenza e denunzia dei fondamenti liquidi, onirico-liquaminosi dell’immaginario biblico, cisterna d’oriente): “II tuo corpo è bianco come i gigli di un prato che il falciatore non ha mai falciato […] come le nevi che dormono sulle montagne della Giudea […] Le rose del giardino della regina d’ Arabia […] i piedi dell’aurora […] il seno della luna […] i grappoli d’uva nera nelle vigne di Edom […] i grandi cedri del Libano […] un nodo di serpenti che si aggrovigliano […] una melagrana tagliata da un coltello d’avorio. I fiori di melagrano che fioriscono nei giardini di Tiro […] i rossi squilli delle trombe […] un ramo di corallo che i pescatori hanno trovato nel crepuscolo del mare […] l’arco del re dei Persiani che è dipinto col cinabro e ha le punte di corallo […]”: la magia della parola, nel suo suono idoleggiato, nella sua pasta gustata, nel suo esserci (rivelazione, che profeta di Wilde fosse stato il Flaubert di Salammbò, filosofo della parola oltre ogni parnassianesimo: e Salammbò, va pur detto, aveva sedotto il tragico Diogene russo, Mussorgskij); il nome proprio, come il nome “comune” e l’aggettivo, ha una riconosciuta perfezione esornativa: “C’était à Megara, faubourg de Carthage, dans les jardins d’Hamilcar…” (la prima frase di Salammbò). Estetismo, dicevano…
Dell’estetismo, allora, ed elettivamente, la coscienza, tradotta in opere, che la parola -col suo logico strutturare, col suo in-finito potere di circoscrivere la cosa nominandola – ispessisce, in realtà, la distanza fra la parola e la cosa, gravando, in più, del suo corpo (grafico/sonoro/concettuale/fantastico/espressivo/significante) l’ “in sé” delle realtà.
Se infatti le cose che sono […] sono visibili e udibili e comunemente percepibili, e di queste cose quelle visibili sono percepibili per mezzo della vista, quelle udibili per mezzo dell’udito e non viceversa, come si potranno dunque indicare a un altro? Il mezzo con cui indichiamo è la parola, ma la parola non coincide con le cose esistenti. Quindi noi non indichiamo al vicino le cose reali, ma la parola, che è diversa dalle cose che sono […] ciò che è, poiché è posto al di fuori, non può mai diventare la nostra parola […] la parola ha sostanza differente dalle rimanenti sostanze“.
Cosi, già nel quinto secolo, nell’ Atene di Pericle e del dopo Pericle, Gorgia il sofista motivava l’incomunicabilità delle eventuali -quando mai possibili- conoscenze. Nell’addurre l’inadeguatezza, i limiti della parola-logos, saggiava (Del non ente ovvero della natura) l’inesauribile potenza significativa del logos. Nello sforzo di negazione di “una” possibilità (la possibilità di “comunicare” per mezzo del logos) realizzava con strategie razionalistiche “fredde” e allucinanti come un trapano una quasi pirotecnica (“calda”) magnificenza acrobatica logico-persuasiva. Come in una Salomè “fin de siècle”, anche in Gorgia il logos-oggetto è agente essenziale.
Lo stesso Gorgia nell’ Encomio di Elena: “la parola è una potente signora, la quale, pur dotata di un corpo piccolissimo e invisibile, compie le opere più divine”. Incanta, seduce… Ma, sostanza fra le sostanze, specifica e perciò, differente da ogni altra sostanza, crea, dunque, uno spessore di distanza fra i termini che dovrebbe unire significando: la “se-duzione” della parola di concreta come separazione, traviamento. (“O verità, tu sei morta prima di noi” avrebbe detto Palamede, condannato a morte per una (falsa) accusa di tradimento, dettata da volontà di vendetta, di Ulisse il seduttore, l’ingannatore).
La conquista del vero passa di necessità dall’azzeramento del potere (della presenza seducente) della parola: verità-aletheia: unverborgenheit-disvelamento.
Il disvelamento attraverso la danza di Salomè è la liberazione dalle seducenti reti verbali del Battista. Rescindere il legame originario con la parola seducente vale, sciolti i sette veli dal corpo della principessa di Giudea, la nudità del vero.

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