2016 Sulcis Iglesiente

Sulcis Iglesiente – Settembre 2016

Partire per un viaggio con persone che ancora non conosci è un’incognita. Se poi, fra quelle persone, sai che ci sarà anche qualcuno che non vede e non sente o entrambe le cose, allora è un’avventura. Un viaggio nel viaggio, perciò una doppia scelta che richiede consapevolezza, ma anche molta curiosità di metterti alla prova con qualcosa di apparentemente complicato.

L’avventura inizia subito dal punto di ritrovo. Provenite tutti da città diverse, qualcuno addirittura dai due capi opposti d’Italia; già le relative inflessioni regionali cominciano a mescolarsi ed è subito chiaro che chi sa leggere il labiale e chi sa tradurre in LIS è il catalizzatore indispensabile per agevolare le relazioni fra di voi. Avrete sei giorni per collaudarvi, ma il test è già iniziato.

Ciò che accomuna un gruppo di persone così assortite è la meta, l’agglomerante magico è la Sardegna.

Dal momento in cui atterri a Cagliari ti ritrovi a funzionare mentalmente in tridimensione. I tuoi occhi dovranno catturare scorci e paesaggi, questo lo sai già, ma capisci che dovranno anche aiutarti a non intralciare chi è cieco o ipovedente (compito non sempre facile), a prevenire ostacoli, ad osservare le interpreti che padroneggiano la LIS ed ammirarne, al contempo, l’impegno costante di ripartirsi fra le diverse forme comunicative per non escludervi a vicenda.

Nel frattempo, tutto intorno a voi, il SULCIS IGLESIENTE inizia a svolgere il suo ruolo principale, quello di esercitare tutta la sua forza seduttiva. Perché è potente, questa parte sudoccidentale dell’isola, è terra montuosa e dura, intrisa di storia e di reperti millenari, di folklore e di leggende, di fatiche e di sudore di miniera, di colori e di sapori nuovi (come quello delizioso dell’olio di lentisco).

È terra che si beve per intero tutta l’acqua di due diluvi notturni e non te ne fa trovare traccia sul terreno il giorno dopo.

Terra di maestrale che gli alberi li sferza, li curva ad arco, li piega rasoterra e li lascia così, con quelle forme dolenti, ad immortale monito della sua forza.

Terra così ricca di archeo-antropologia da dover scegliere di visitare un sito e rinunciare ad altri venti, perciò ti affidi a Marina, che ha programmato così bene il viaggio, per assorbire l’energia matrifocale della Necropoli a Montessu, con le sue tombe dagli ingressi uterini, le spirali incise nella roccia e i bassorilievi a corna di toro.

Ascolti sempre lei parlare delle Domus de Janas (case delle fate) disseminate in tutto il territorio.

La segui tra le civiltà stratificate dell’Acropoli sul Monte Sirai che domina le valli intorno, come la segui nel bel complesso museale di Cagliari, dove ammirare la Dea Madre dal corpo opulento o stilizzato secondo i periodi nuragici che l’hanno raffigurata, le imponenti statue in pietra bianca dei Giganti, gli splendidi bronzetti che rievocano un mondo antichissimo fatto, già a quei tempi, di tanti ruoli sociali fra pace, guerre e scambi commerciali col resto del mondo fino allora conosciuto.

Trascorri ore fra le più piacevoli a Iglesias, città colta e di una tale bellezza da non saper descrivere ma solo consigliare di scoprire.

Ti inoltri nel grembo della terra a Su Mannau, fotografando l’acqua pura e cristallina che vi gocciola e scorre da tempi remotissimi.

Fai bagni in mare fra spiagge, scogliere e monti benedicendolo per non assomigliare né a quello tropicale, né a quello romagnolo che conosci fin troppo.

Pernotterai a De Morimenta, agriturismo vero in cui puoi muoverti fra ovile e maneggio apprezzandone l’afrore e mandando al diavolo il fetore di città.

Tutto ciò che vedi e senti, in quei sei giorni, sarà tradotto sempre in LIS a chi non vede e chi non sente, e quello svolazzare rapido di mani aggiungerà fascino allo spettacolo che ti si svolge intorno.

Riporterai a casa tutto di quel viaggio: immagini ed emozioni, risate e tensioni superate, curiosità appagate e nuove scoperte, ma tratterrai anche di più, qualcosa che ha saputo rendere così speciale l’avventura scelta. Parlo del senso buono e curativo del contatto umano, della condivisione e dello scambio, dell’affinità fra tante differenze, qualcosa che non sempre si verifica e che perciò ringrazi.

Non resta che portare con sé un’ultima cosa: il desiderio di tornare ancora in Sardegna, di non lasciare più trascorrere trent’anni prima di rivederla, per scoprire tutto ciò che non hai visto ancora, perché quella terra magica e dura ti ha conquistato il cuore.

Tornare anche a Porto Paglia per “vedere il sole che si scioglie nel mare”, come dice Marina.

Già, perché durante quel famoso tramonto s’era ficcato dritto dritto nella foschia, brutto vigliacco.

Stefania Ferrini

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